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Luce fredda.

1.

Quella mattina, una luce fredda filtrava dalla finestra dello studio. I palazzi, a mattoni arancioni, si stagliavano fieri in quell’atmosfera rarefatta. Avevo già preso il caffè, l’ennesimo, ed un senso di inquietudine alla base dello stomaco mi accompagnava dal risveglio.
Mi alzai dalla sedia, presi la macchina fotografica e mi scattai una foto davanti lo specchio: ero veramente io quella persona?

2.

Mi toccai il viso con la mano destra, passandola sulla superficie ricoperta di barba incolta e nera e pensai, per un attimo, di non riconoscere quella figura che lo specchio rimandava.
Che ne era stato di me, della mia vita, dei miei sogni, di quello che volevo e non avevo ottenuto per scarso impegno o per le congiunture astrali che, ogni tanto, si formavano sopra la mia testa sotto forma di nuvola di pioggia?
Sotto questa valanga di pensieri, mi feci un altro caffè e lo aspettai uscire guardando fisso dentro la moka; mi resi conto, all’improvviso, che guardarlo uscire dalle bocchette della macchina del caffè, somigliasse, terribilmente, ad un orgasmo maschile.

3.

Quando il caffè fu uscito, lo rigirai con un cucchiaino direttamente dentro la moka e poi lo versai nella tazzina con l’albero di natale, quella che ci aveva regalato Chiara.
Mi fermai.
Da un po’ non parlavo al plurale, pensavo di averla passata quella fase in cui rimorso e ricordo si mischiavano ma mentivo a me stesso.
Tutta la mia vita era un senso di colpa e ogni giorno che Dio mandava era lì per ricordarmelo.
Posai la tazzina da cui non avevo bevuto neanche un sorso, ed il caffè ormai era freddo, mi rimisi seduto nello studio, posai le dita sulla tastiera e ricominciai a scrivere di quella giornata con la luce fredda che filtrava dalla finestra e dei palazzi a mattoni arancioni che si stagliavano fieri nell’atmosfera rarefatta.